Perché gli atleti urlano? | L'Ultimo Uomo

2022-08-08 02:11:28 By : Mr. null null

Tutte le urla dello sport.

Dopo aver perso il controllo della sua Ferrari in curva e aver infilato il muro Charles Leclerc ha lanciato un urlo disperato, un noooooooo barbarico e improvviso che abbiamo potuto ascoltare in diretta tramite le comunicazioni radio della scuderia rossa. Il suo urlo, elettrificato dalle onde radio, è sembrato arrivare da un posto lontano, umano ma anche no, portando con sé una disperazione profonda, atavica. Era un urlo di frustrazione, certo, legato a un errore che poi ammetterà essere stato suo, ma era anche qualcosa di più, un piccolo segno di cedimento, l’apertura di uno squarcio sull’interiorità di un pilota di Formula 1, una specie che è restia a mostrare emozioni che non siano la temerarietà, la spavalderia o la freddezza. Leclerc poi dirà che avrebbe preferito che il suo rantolo rimanesse privato – più per vergogna che per privacy – ma è anche consapevole che la Formula 1 deve parte del suo rinato interesse all’aver eliminato qualunque spazio privato riservato ai piloti. 

🤬 L'URLO DI LECLERC 😱 Charles disperato dopo l'incidente I risultati ➡ https://t.co/LrbVNJcGnb#FrenchGP #SkyMotori #F1 #Formula1 pic.twitter.com/1kWzTfHDDd

— Sky Sport F1 (@SkySportF1) July 24, 2022

L’urlo fa parte dello sport e non ha neanche senso chiedersi perché gli atleti urlano in maniera così smaccata: è così, facciamocene una ragione. Si può urlare per i più infiniti motivi: felicità, dolore fisico ed emotivo, paura, inganno, stress, prova di forza. Un urlo può diventare un simbolo di una nazione, come l’urlo di Tardelli al Mondiale ‘82. Un urlo coi pugni stretti e la gioia nel petto, che Tardelli ha fatto uscire dalla gola. Bello e immortale, scolpito nella memoria di tutti quelli davanti al televisore quella notte. Quarant’anni dopo avrebbe detto che quella felicità «non si poteva raccontare», e infatti l’aveva urlata. Un urlo però – lo sappiamo – può essere anche l’esatto contrario, il modo in cui un atleta tira fuori la sua pena. Quando vediamo qualcuno a terra che urla, e magari si tiene il ginocchio, sappiamo che l’infortunio sarà serio e lo sappiamo proprio per l’urlo che ne deforma il viso. Recentemente è successo a Zverev, nella semifinale del Roland Garros contro Nadal. Le sue urla bagnate di pianto hanno fatto capire subito che la sua non era una storta normale, ma qualcosa di molto più grave, come infatti è stato. 

Ma l’urlo è molto di più di un modo in cui gli atleti esprimono gioie e dolori. Si può urlare per convincere l’arbitro delle proprie ragioni, ingannarlo addirittura. È quello di cui vengono accusati i calciatori, non sempre a torto, quando dopo un contatto veniale provano a “vendere il fallo” all’arbitro con le proprie urla, come abbiamo imparato bene mentre gli stadi erano chiusi al pubblico. Per i detrattori è la dimostrazione della pochezza morale di questo sport e dei suoi interpreti, ma guadagnarsi un fallo può essere considerata un’arte e l’urlo parte di essa. Non viene insegnato ai bambini, ma per molti calciatori – professionisti o amatoriali – diventa una naturale conseguenza di un contatto, al di là del dolore, come se fosse un riflesso incondizionato. 

Succede in molti sport, a dire il vero. Se guardate – o ascoltate – una partita di basket, dove i rumori dal campo sono anche più distinguibili, sentirete chiunque urlare a compimento di un contatto. Senza arrivare all’”And one” con cui i cestisti chiamano il fallo dopo un canestro, che è un motto più che un urlo, molti urlano per condizionare l’arbitro. Pau Gasol – uno anche serio e compassato – aveva dei momenti in cui urlava come un pazzo, apparentemente senza motivo. Mentre tirava o stoppava, bastava un minimo contatto con un avversario per fargli cacciare delle urla belluine che riecheggiavano nei palazzetti.    

Lo sport dove più si può ammirare questa forma d’arte – l’urlo come inganno – è però la scherma. La scherma è il paradiso di chi ama le urla, è praticamente più urla che affondi, più urla che parole. Daryl Homer ha raccontato che la gente gli chiede se durante gli incontri «gli è permesso parlare», visto che si urla solo. Sport elegante raccontato come elegante e signorile, legato a un’idea romantica di duello tra gentiluomini che arriva dritta dal passato, gli schermidori – dicono loro – urlano per tutta una serie di motivi, tra cui appunto, indirizzare l’arbitro a dare loro il punto. Le urla sarebbero un proseguimento dell’affondo, non riuscendo a sopraffare l’avversario con la spada, non potendo cioè infliggere vere ferite mortali, dimostrare la propria superiorità nel sangue, gli schermidori cercano di farlo con le urla , che servono a intimidire l’avversario, ma anche l’arbitro, cercare di vincere una battaglia che è anche psicologica e non solo fisica. Si finisce che dopo ogni assalto dubbio i due contendenti urlano, rivendicano la giustezza del loro colpo, finendo per creare uno spettacolo nello spettacolo.

Le urla nella scherma arrivano dopo l’azione, sono anche una forma di rilassamento, possono aiutare a rilasciare la tensione. Succede anche negli sport dove è richiesta una disciplina precisa, un movimento che deve essere eseguito sempre uguale. Per i lanciatori – giavellotto, peso, martello, disco – le urla sono una valvola di sfogo, simili al suono emesso da una macchina che deve rilasciare uno sbuffo di vapore. Urlano durante l’esecuzione del gesto come per convogliare ogni briciolo delle loro forze, ma urlano anche dopo, per spingere il loro oggetto il più lontano possibile, come se i loro polmoni avessero il potere del divino eolo, più vento che urlo. «Il primo urlo, quello iniziale, è per via di tutta la compressione del corpo. Dico alle persone che in quel momento sto provando a trasformare il mio corpo in una bambola di pezza» è la spiegazione di Joe Kovacs, pesista campione mondiale a Pechino e Doha «Invece l’urlo dopo il lancio è tutta eccitazione, esce fuori ogni volta che lascio il peso e so che è un buon lancio». Per Deanna Price, lancio del martello, è invece un modo per «rilasciare tutto lo stress». 

Parlando di urlo come accompagnamento del gesto è naturale pensare al tennis. Nessuno sport è più strettamente legato alle urla come parte integrante della performance. Il grunting – il nome che gli hanno dato per istituzionalizzare le urla come fossero uno slice di rovescio e che ha anche una pagina Wikipedia – è pratica comune, ma relativamente giovane. La prima, si dice, fu Monica Seles. Da rilascio d’aria aggraziato nel momento del colpo, l’urlo – o urletto quando è fatto dalle donne – è diventato il simbolo del power tennis , l’evoluzione di questo sport da gesti bianchi a gesti selvaggi. Inizialmente il tennis provò a combattere quella che era considerata una deriva, alla Seles venne vietato di urlare nella finale di Wimbledon del 1992 e finì per perdere nettamente contro Steffi Graff, come se le urla fossero per lei quello che i capelli erano per Sansone. Alla fine il tennis dovette cedere il passo alla modernità, e cioè agli urli.

Oggi nel tennis l’urlo è accettato più o meno ovunque (anche se recentemente Nadal ha catechizzato un Sonego troppo vocale) e, anzi, ne è quasi la sua parte folkloristica, che il pubblico ricerca durante le partite. Il suo picco è stato, forse, nella seconda metà degli anni 2000, quando si è deciso che le urla di Maria Sharapova non erano solo una reazione – magari sopra le righe – ai suoi colpi piatti e potenti, quanto piuttosto qualcosa di pruriginoso, più vicini ai gemiti del sesso che non alle urla dello sport. Ma i tennisti che urlano sono centinaia, sono quasi tutti a dire il vero, e le eccezioni come Federer finiscono per risultare santi. Nadal, ad esempio, più che urlare ha un suo verso, baritonale e rauco, che sale di decibel quando sa che colpirà un vincente. È come se le due cose fossero in qualche modo collegate, come se l’urlo fosse propedeutico al punto.   

Comunque per Martina Navratilova «urlare è come barare», un modo posticcio per distrarre l’avversario e impedirgli di ascoltare il suono della racchetta sulla palla. Per la scienza, urlare al momento del colpo, aumenta la velocità della palla di un 4%.

Si urla, quindi, anche per migliorare la propria prestazione, l’urlo come parte del processo, come un muscolo più o meno sviluppato. Adam Ondra, uno dei più grandi arrampicatori della storia, urla in continuazione. Ondra urla mentre pensa e mentre agisce, quando esegue e quando sbaglia. Interrogato a riguardo ha detto che per lui le sue urla sono «la cosa che odio di me stesso. Non lo faccio per rendermi più visibile, è più che ho bisogno di concentrarmi per fare una certa mossa mentre respiro. E se urlo, sono sicuro al 100% di respirare».

Si può urlare, quindi, per spingere più in là il proprio giavellotto, per ingannare un arbitro o distrarre un avversario; per sputare fuori l’aria o i propri pensieri, urlare per togliersi di dosso un peso. Si può urlare anche per intimorire l’avversario, fargli capire che sta per essere gettato in un incubo. Probabilmente i neozelandesi si offenderebbero a morte se chiamassi la loro Haka un urlo – e non è un urlo – però, insomma, possiamo trovarci dei caratteri di affinità. Rimanendo in questa sfera di urli intimidatori, i Boston Celtics sparavano prima di ogni partita in video di pochi secondi in cui Kevin Garnett urlava come un pazzo guardando la telecamera. L’urlo come forma primitiva di trash talking , avversari che si urlano in faccia tra loro, un gesto che può essere considerato deprecabile, se vedete lo sport come un’arte nobile, oppure semplice parte del processo. Per vincere serve tutto: l’allenamento, la prestazione, la strategia, ma anche le urla da pazzo. 

Le urla che preferisco sono però quelle dei sollevatori di peso . Sono le più naturali, è difficile pensare possa esistere l’atto di alzare un bilanciere così pesante sopra la propria testa senza urlare tutta la propria fatica. Per Joe Micela urlano per far sapere ai pesi «che stanno arrivando». Zhou Lulu dice di urlare non per motivarsi, ma per calmarsi «così posso alzare i pesi rilassata». Alle ultime Olimpiadi, un sollevatore di pesi svedese ha chiuso la sua alzata con una specie di urlo/risata contagiosa. 

È una chiusura del cerchio: dall’urlo disperato e profondo di Leclerc a un urlo che è una risata. In mezzo mille sfumature di un gesto che spesso non vediamo di buon occhio, ma che arricchisce la prestazione sportiva e anche lo spettacolo di chi osserva. Ogni atleta urla in maniera differente, per motivi leggermente differenti. Tutti lo fanno, però, alla ricerca di qualcosa che è anche difficile da spiegare, un misto tra un tentativo di migliorare la prestazione e il gesto terapeutico, fatto per migliorare il proprio stato d’animo, mostrare le proprie emozioni, tirare fuori un’umanità serrata al fondo dei corpi eccezionali di questi atleti.

Marco D'Ottavi è nato a Roma, fondato Bookskywalker e lavorato qui e là.

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